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In questi giorni sulle televisioni e sulla carta stampata si sta molto parlando di un fenomeno definito Blue Whale, un percorso autolesionistico fatto di 50 passaggi che i giovani farebbero motivati da un “curatore” che li porterebbe ad affrontare prove sempre maggiori e dolorose fino alla morte procurata per suicidio. Ora, si sta alzando molta polemica sulla veridicità del fenomeno che arriverebbe dalla Russia.

Personalmente, a prescindere da questo possibile fenomeno, per la mia pratica clinica con gli adolescenti, sia all’interno del mio lavoro in comunità terapeutiche per  adolescenti che nel mio studio clinico privato, sono portato a credere che gli adolescenti che soffrono tendono spesso ad utilizzare forme di autolesionismo quando non è possibile accedere al verbale, vuoi per loro difficoltà soggettive, vuoi, come più spesso accade, per un ambiente familiare e sociale assente o scarsamente recettivo dei loro bisogni e malesseri.

Spesso il cutting, che è la forma di autolesionismo maggiormente usata dagli adolescenti in questi ultimi anni, oltre ad altri agiti corporei, risulta essere un modo in cui si riesce a “far emergere” il malessere interiore che i ragazzi provano. Poter sentire un dolore fisico, vedere il sangue che sgorga dalla propria pelle, è un modo simbolico, e reale allo stesso tempo, per rendere “visibile” un dolore profondo e difficilmente elaborabile.

Molto spesso, nel corso della terapia, questi aspetti vengono abbandonati velocemente quando i ragazzi divengono più consapevoli dei loro vissuti e del loro dolore interno, si assiste ad un cambio dello strumento per raggiungere il loro dolore, dal taglierino, utilizzato fino a quel momento, si passa alla parola, anch’essa spesso tagliente ma in una forma sana, in grado di poter raggiungere ferite più profonde nel loro IO, per poterle vedere insieme, curare e bonificare da quegli eventi traumatici che le hanno generate per volgere nel tempo a una sana guarigione interna.

Per questo diviene importante, per gli adulti di riferimento dei giovani, avere uno sguardo attento ai comportamenti che gli adolescenti mettono in atto, un occhio capace di lasciarli sperimentare nelle loro azioni ma allo stesso tempo in grado di poter intervenire quando i loro comportamenti non sono più finalizzati ad un sano processo di soggettivazione come giovani adulti in crescita quanto piuttosto divengono lesivi della loro crescita.

Per cui, sia che si chiami blue whale, cutting, anoressia, agiti autolesionistici…ecc ecc, gli adulti devono essere un valido contenitore in cui i ragazzi possano sperimentarsi in un contesto libero ma protetto ed essere allo stesso tempo capaci di poter intervenire quando il comportamento adolescenziale inizia a manifestare un malessere nella propria crescita.

A cura del dott. Marco Santini
Psicologo-Psicoterapeuta